Ieri pomeriggio mia madre mi ha detto una cosa. Questa: “gli uomini non si devono lasciare soli troppo a lungo”.
Val, l’uomo in questione, è in Puglia per dare una mano ai suoi, alle prese con il loro ennesimo, sfiancante trasloco. E per mettere ordine dentro e fuori di sé, prima di ripartire. Siamo tornati da Dublino, dopo sei mesi di una vita che la recessione non ci ha permesso di plasmare come avremmo voluto – quel tipo di argilla è introvabile persino nel Paese che pochi mesi fa dipingevano come luogo del tutto possibile – ed ora pernottiamo in case non nostre, alle prese con genitori nostri che si fanno trattare come se fossero dei bambini alieni. E mia madre lo fa da quando ero bambina io.
Al terzo cucchiaio di una pasta e zucchine che non fa fare di certo la ola al mio stomaco già abbastanza depresso dopo un ritorno al “vivere sani e snelli” – mia madre soffre di colite e pensa che tutto il mondo debba soffrire insieme a lei – mi accorgo che c’è un “pappice” senza vita raggomitolato dentro una zucchina. Lei sorride e candidamente afferma che questi strani vermetti indifesi le fanno tenerezza. Io lo scarto e continuo a mangiare. Questa cucina è come la Danimarca, c’è del marcio ovunque e qualcosa dovrò pur mangiare. Inoltre, so bene che se mi rifiutassi di continuare a mangiare la suddetta pasta mi farebbe una delle sue sfuriate da tragedia in casa Cupiello, di cui voglio davvero fare a meno.
Ed è mentre mangio, come sempre d’altronde, che si fa coraggio e dice quello che vuole dirmi da giorni. “Gli uomini non si devono lasciare soli troppo a lungo”. Peccato che quel povero pappice sia affogato nel ventre di una zucchina bollita. Avrei voluto che fosse lì con me ad ascoltare quello che mia madre mi rivela con il tono di chi ti sta rivelando il terzo segreto di Fatima.
Gli uomini non si devono lasciare soli troppo a lungo. E non perché rischierebbero la morte per troppa, struggente, insopportabile solitudine, con il tuo nome appeso alle loro labbra. Ahahahahah. No. Bensì, cosa non detta ma pensata talmente forte da farla sentire anche al vicino di casa, perché potrebbero lasciarti. Dopo averti cornificato con gioia e in abbondanza, è chiaro.
Mi domando se il mio antimaschilismo – definirmi una femminista sarebbe un’offesa per le femministe vere, quelle che le palle le hanno nella testa e non dentro un reggiseno imbottito – sia un’altra forma di ribellione a mia madre. Come la mia adorazione per gli uomini sovrappeso. Niente ci potrebbe rendere più estranee l’una all’altra.
Le chiedo perché solo gli uomini, dato che anche per noi donne potrebbe valere lo stesso discorso. Con lei, almeno, è sempre valso. E si arriva al famoso nocciolo. La sua paura più grande. Val mi lascia ed io resto single a 32 anni. Per lei un motivo più che valido per buttarsi dal terzo piano. Chiedendo preventivamente il permesso a chi vi abita, dato che noi siamo al secondo – da un secondo piano ti puoi sempre salvare e restare una single di 32 anni per giunta storpia, mentre un terzo o, se vogliamo proprio mettere alla prova le mie vertigini, un quarto piano mi regalerebbe qualche chance in più di non sopravvivere allo schianto.
Di peggio, per mia madre e quella grande fetta di società che la sostiene, c’è solo la possibilità che una grave forma di allergia cutanea ti renda impossibile eliminare il problema degli anni che passano alla radice - facendo scegliere al tuo parrucchiere di fiducia il tono di colore che più ti si addice.
Di peggio, per me, c’è che nonostante sia lì a ridere di queste quisquilie & pinzillacchere, mi lascio incastrare dai tarli maledetti che le parole di mia madre mi hanno lanciato con tanta disinvoltura. E se avesse ragione? Se stare lontani dopo una convivenza di tre anni gli facesse scoprire quanto sia più facile respirare senza il mio fiato sul collo. Senza avermi accanto.
Così lo chiamo e ridiamo insieme della teoria di mia madre. Per ora, almeno. Chissà quanto riderebbe lei di me se un bel giorno scoprisse di aver avuto ragione.
Per quel che ne so, nessuno dovrebbe essere lasciato solo troppo a lungo, uomo o donna che sia. Tuttavia, se proprio dovesse capitare, c’è sempre un acquisto inutile che ti fa sentire soddisfatto, una chattata con tutti i pesci che nuotano nel tuo stesso acquario virtuale ed un film con uno stucchevole, banale ed ingannevole – quanto meritato ed irrinunciabile – lieto fine.
E la poetica constatazione che sia “subito sera”.